DAL FALLIMENTO ALLA RINASCITA, NORDWALL COME L’ARABA FENICE: «UN BRAND COME QUESTO NON POTEVA MORIRE, COSÌ SIAMO RIPARTITI»

del 26.08.2020

La storia positiva di Andrea Zamboni, che ha rilevato l’azienda per cui lavorava da più di trent’anni

La vostra è una bella storia d’impresa da raccontare, lo sa? «È bella, sì, ne sono convinto pure io. Anche perché in tanti non avevano creduto che potessimo ripartire sul serio. E c’è stato pure chi pensava di essere coinvolto nel progetto ma poi si è tirato indietro. Alla fine, credo che da noi arrivi un messaggio positivo, in un momento storico in cui ce n’è particolare bisogno. E io spero che si capisca quanto “sentiamo” questa impresa». L’impresa in questione è la Nordwall, che sviluppa e produce pareti divisorie e attrezzate fin dal 1972. Andrea Zamboni l’ha ripresa in mano quando era destinata a chiudere i battenti. Ecco come l’ha fatta rinascere.

Ci racconta come nasce la sua esperienza nell’azienda di Sant’Angelo di Piove di Sacco che ora guida?

«Posso dire che ho iniziato a lavorare qui quando ancora indossavo i pantaloni corti, correva l’anno 1986. Proprio Carlo Valerio, attuale presidente di Confapi Padova, quando ancora era in Nordwall è stato mio mentore e maestro. Per quanto mi riguarda ho ricoperto vari ruoli nella società, finendo poi a seguire la direzione commerciale Italia. Nel frattempo ci sono stati diversi passaggi, il più importante dei quali legato alla crisi del 2008, quando è cambiata la proprietà. Sono seguiti un ridimensionamento e poi problemi di salute del nuovo titolare, mancato nel gennaio 2018. Da lì l’azienda non è stata ceduta o messa in liquidazione dagli eredi, ma in auto-fallimento. A quel punto io e altri tre soci l’abbiamo rilevata dal curatore fallimentare. E siamo ripartiti nel novembre 2018».

Cosa vi ha spinto verso questo passo?

«Dopo più di trent’anni in cui avevo dato l’anima per un brand così importante, con una storia alle spalle tutta caratterizzata dalla la produzione di beni di prestigio, ho ritenuto che fosse un vero peccato che morisse in quel modo. Io, poi, come dicevo, nella precedente gestione seguivo la parte commerciale e, in un certo senso, portavo a casa lavoro e clienti. Sono stati proprio alcuni di loro a darmi fiducia, garantendomi continuità nei rapporti se avessi preso in mano l’azienda e l’avessi tenuta in piedi».

Così siete rinati, come l’Araba Fenice.

«Sì. Abbiamo rimesso su un’azienda più piccola di quella di prima, ma siamo riusciti a chiudere il primo esercizio a fine 2019 facendo meglio di quanto non pensassimo, pur in un contesto complicato e difficile. Siamo ripartiti in cinque, ora siamo in sette, fatturando per un milione e 350 mila euro nel primo anno di vita. Teniamo presente che, all’apice, Nordwall contava una cinquantina di dipendenti ed era arrivata a fatturare 11,5 milioni, ma con una struttura pesante, già solo nell’organigramma, che non avrebbe potuto continuare a lungo in quella formula. Già nella seconda gestione, non a caso, eravamo scesi a 25 dipendenti».

Siete ripartiti e, neanche un anno e mezzo dopo, è arrivato il Covid.

«Abbiamo dovuto farci i conti, ma siamo ugualmente soddisfatti perché la ripresa è stata buona, tant’è vero che abbiamo quasi del tutto recuperato quanto avevamo perso rimanendo chiusi. Giugno è stato un mese positivo in quanto a commesse e la riprova è data dal fatto che ad agosto abbiamo chiuso soltanto per una settimana in modo da smaltirle. Poi se mi chiedete cosa accadrà nei prossimi mesi, sinceramente non me la sento di sbilanciarmi e non ha nemmeno senso farlo, oggi come oggi. Di sicuro noi ci stiamo organizzando per crescere, ma ponderando ogni passaggio. Tenete conto che per una società delle nostre dimensioni anche una commessa di media entità può cambiare il volto dell’annata. C’è pure un altro aspetto da considerare: uno dei paletti che mi sono auto-imposto è stato quello di non lavorare per imprese di costruzioni, se non per chi conosco bene. Questo ci toglie automaticamente da un giro di contratti importanti, ma, per contro, avrebbero presentato indici di rischio troppo elevati per noi».

In quanti mercati siete attivi oggi?

«Un nostro socio vive negli Stati Uniti. E poi abbiamo clienti in Medio Oriente e in Inghilterra e in altre realtà. L’Italia incide per circa il 60%, l’estero per il restante 40%».

Quali sono le prossime sfide che vi attendono?

«Per una realtà appena rinata come la nostra, posso dire che ogni giorno, di fatto, è una sfida. Abbiamo molte idee ma proprio perché non vogliamo fare il passo troppo lungo valutiamo bene ogni mossa. L’ambizione è quella di ingrandirci, aumentando anche il personale. Di certo posso dire che a distanza di neanche due anni da quando siamo ripartiti siamo consapevoli delle difficoltà che ci attendevano, ma certo siamo motivati e contenti per quanto siamo riusciti a fare sin qui. Siamo in un capannone in affitto dalle dimensioni più modeste rispetto a quello precedente, proprio per contenere i costi. E stiamo, ad esempio, rifacendo gli uffici, proprio per dare a un’immagine adeguata a un brand che ha lunga tradizione e che non meritava di finire nel nulla».

Diego Zilio

Ufficio Stampa Confapi Padova

stampa@confapi.padova.it

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