Nel quadro dell’Assemblea 2026 di Confapi Padova, dedicata a comprendere come energia, geopolitica e trasformazioni globali stiano ridisegnando il futuro della manifattura del Nord Est, l’intervento di Lucio Poma – capo economista di Nomisma – ha offerto una lettura nitida dei nuovi equilibri economici mondiali. Un’analisi che ha attraversato Cina, Stati Uniti, Europa, energia, logistica, materie prime e lavoro, restituendo alle imprese una bussola per orientarsi in un contesto sempre più instabile.
Poma ha aperto ricordando come il baricentro economico globale sia cambiato radicalmente negli ultimi quarant’anni. «Nel 1980 l’Europa pesava il 29% dell’economia mondiale, gli Stati Uniti il 25%, la Cina appena il 3%. Oggi lo scenario è completamente diverso: l’Europa è scesa intorno al 18%, gli Stati Uniti mantengono un ruolo forte e la Cina è diventata un gigante». Un passaggio decisivo, ha spiegato, è stato l’ingresso di Pechino nel WTO nel 2000, che ha imposto apertura dei mercati, abbattimento dei dazi e riconoscimento dei brevetti. «Il mondo non è più eurocentrico. La competizione vera è tra Stati Uniti e Cina, e l’Europa rischia di restare in mezzo».
Nonostante questo quadro, Poma ha sottolineato la sorprendente resilienza dell’Italia. «Siamo cresciuti dell’8,9% nel 2021 e del 4,8% nel 2022, poi intorno allo 0,7%. Nonostante la perdita di forza sul mercato tedesco, abbiamo compensato altrove, soprattutto negli Stati Uniti. L’Italia ha fatto meglio di quanto si percepisca». Un confronto impietoso con la Germania, che negli stessi anni ha registrato valori negativi o marginali.
Poma ha poi evidenziato il ritorno dello Stato come attore centrale dell’economia. «La Cina è sempre stata un’economia a guida statale. Ma oggi anche gli Stati Uniti hanno cambiato approccio: dai dazi di Trump ai maxi‑incentivi di Biden, come l’Inflation Reduction Act. La competizione non è più solo tra imprese, ma tra sistemi Paese». Un esempio emblematico è quello dell’auto elettrica: «Gli USA danno incentivi fino a 7.500 dollari, ma solo se le batterie sono prodotte in America. È una politica industriale aggressiva».
Sul fronte energetico, Poma ha ricordato che la crisi del gas è iniziata prima della guerra in Ucraina. «Per anni il gas è stato tra i 14 e i 18 euro. Nel 2021 era già a 50, poi 150, fino al picco di 339 euro il 26 agosto. È come andare a fare benzina e pagarla 20 euro al litro». Un aumento che ha generato un effetto domino su carbone, petrolio e certificati ETS, con la Germania costretta a riaprire centrali a carbone dopo la chiusura del nucleare. «Senza energia stabile e conveniente, la transizione diventa fragile e rischia di penalizzare l’industria».
Ampio spazio è stato dedicato anche al vantaggio competitivo cinese nell’auto elettrica. «La Cina produce il 32% delle auto elettriche mondiali. Ha venduto 15 milioni di veicoli elettrici, contro i 2 milioni dell’Europa e 1,6 degli Stati Uniti. Sulle auto di lusso restiamo forti, ma sull’elettrico di massa i cinesi sono avanti anni luce».
Poma ha poi mostrato come la complessità delle catene globali renda la logistica un fattore strategico. «Una mega‑nave può trasportare 24.000 container. Un giorno di ritardo può costare centinaia di migliaia di euro. Alcune rotte alternative aggiungono 14 giorni di navigazione. Chi controlla porti, rotte e navi controlla una parte fondamentale dell’economia mondiale». Da qui il ruolo crescente della Cina nella gestione di porti e infrastrutture marittime.
Il tema delle materie prime è altrettanto cruciale: «La Cina controlla fino al 95% delle terre rare, l’87% dell’antimonio, l’80% della grafite. La transizione energetica non elimina la dipendenza: la sposta verso nuove materie prime controllate da pochi Paesi».
Sul fronte interno, Poma ha analizzato il potere d’acquisto delle famiglie italiane, sceso del 10–12% in termini reali, e il mercato del lavoro, oggi in forte tensione. «In Veneto, Lombardia ed Emilia‑Romagna trovare personale può richiedere un anno. Le imprese assumono a tempo indeterminato anche profili non perfetti per paura di perderli. Il problema non è più creare lavoro, ma trovare e trattenere persone». A questo si aggiunge il nodo dell’inattività: «In Italia è al 30,4%, contro una media europea del 24%. Non è solo disoccupazione: è un tema culturale, sociale, di servizi».
Poma ha concluso con un messaggio chiaro: «Le imprese devono imparare a convivere non più solo con il rischio, ma con l’incertezza. Crisi energetiche, guerre, blocchi logistici, terremoti a Taiwan, scarsità di materie prime: l’instabilità sarà strutturale. Per questo servono strategie, collaborazione e capacità di leggere il mondo».
Diego Zilio
Ufficio Stampa Confapi Padova